Asia: “Gravitas” – Intervista a John Wetton

Sempre perfettamente riconoscibili, sempre pacati eppure con un sense of humour tipicamente british, gli Asia continuano a regalare musica di qualità che non delude gli appassionati. Coerenti o demodé, dipende dai punti di vista. Noi propendiamo per la prima, e a supporto ci sono alcuni eccellenti brani di Gravitas che si riallacciano direttamente alla gloria del passato. Ne parliamo con John Wetton.

Fotografia di Henri Matthes e André Grimberg

Gravitas” è un album difficile da decifrare. Alcuni dicono che è più vicino ai vostri primi lavori, altri che i pezzi sono meno immediati del solito. Da parte mia, vedo una forte connessione con gli iCon, in particolare nell’approccio basato su atmosfera e spiritualità. Cosa ne pensi?

Domanda interessante ed attenta. La connessione – o evoluzione – da iCon ad Asia era quasi inevitabile: c’è una forta consapevolezza da parte mia e di Geoff Downes che stiamo creando canzoni degli Asia, non degli iCon, ma alla fine si tratta degli stessi compositori, produttori, voce e tastiere che vi hanno, sì, dato gli iCon, ma anche “Heat Of The Moment”, “Don’t Cry”, “Wildest Dreams” ecc. La spiritualità è sempre stato un mio pallino, più che mai in “Gravitas”. Un paesaggio sonoro carico di atmosfera, costruito strato su strato e completato da testi molto personali e intensi dal punto di vista emotivo: questo è ciò che proponiamo. Ma cos’era “Only Time Will Tell”, in fondo?

Il singolo “Valkyrie” è emblematico, da queso punto di vista: all’inizio non mi ha convinto più di tanto, poi ha cominciato a scavarmi nell’anima.

“Ho sempre detto che i miei testi sono autobiografici. Almeno finché non decido di mettermi nei panni di qualcun altro: in “Valkyrie” rendo omaggio a una creatura che è caduta e le auguro un passaggio sicuro alla prossima destinazione, qualsiasi possa essere. È scritta in prima persona, perché è ciò che mi auguro per lei. All’inizio avevo il titolo e i quattro accordi del ritornello, nient’altro. Un pomeriggio il resto della canzone si è magicamente materializzato nello studio di Geoff in Galles. Per me è più facile esprimere quello che mi auguro per questa persona se cerco di immaginare com’è per lei. Non diventando lei, ma immaginandomi al suo posto da un punto di vista emotivo.

Ci sono temi ricorrenti nell’album…

“C’è sempre una presenza costante in tutte le canzoni di un album. Attendo per giorni l’arrivo della Musa, poi c’è uno scoppio di ispirazione a livello di testi: se non ne approfitto quando arriva è perduto, così mi comporto di conseguenza. Talvolta ho l’impressione che la Musa sia impaziente e da un momento all’altro possa impadronirsi della tastiera e completare un testo da sola. Se ci penso e cerco di capire da dove arrivi, sembra che io non abbia nulla a che fare con tutto il processo. Il tema centrale di “Gravitas” è l’Angelo Custode: ci sono riferimenti praticamente in ogni brano.

Come siete arrivati alla scelta di Sam Coulson come nuovo chitarrista?

“La mia prima scelta era Steve Lukather, quella di Carl era Paul Gilbert. Entrambi si sono detti lusingati ma non disponibili. Paul Gilbert ci ha segnalato Sam Coulson, che in effetti è perfetto: grandi capacità tecniche, voglia di stare in una band, il giusto temperamento e un buon senso dell’umorismo. Ci dà quel tocco più duro che cercavamo…


Il ruolo di Geoff Downes è ancora più importante che in passato: penso in particolare a “Heaven Help Me Now”, uno dei miei pezzi preferiti.

“Sono d’accordo, “Heaven Help Me Now” è uno dei pezzi migliori, anzi al momento è il mio preferito. Per molti versi il fatto che Geoff ed io abbiamo scritto e prodotto l’album è una liberazione: sono gli Asia visti dagli Asia, non da un produttore esterno. Per noi la protagonista è la canzone, non chi la suona.

La tua voce sembra migliorare anno dopo anno: sembri più a tuo agio nei pezzi con il ritmo più rilassato e basati sulle atmosfere, poi sei in grado di sorprendere con la fantastica performance in “I Would Die For You”. Qual è il tuo segreto?

“Non è ciò che faccio, ma ciò che non faccio! Non fumo, non bevo, non prendo droghe e cerco di evitare le infezioni.

Till We Meet Again” ci riporta al passato, a quando il rock melodico e il pomp rock erano molto famosi: quali sono i tuoi ricordi dell’epoca e come ti senti rispetto al fatto che è spesso oggetto di parodia, oggi?

“Till We Meet Again” ha un sound che va alle radici, legato alla musica celtica, combinato con un testo sentimentale e ottimista. Siamo invecchiati, inutile negarlo, e diamo valore alle nostre amicizie. Se questo dev’essere oggetto di una presa in giro, non c’è problema.

Ti disturba il fatto di rimanere associato a “Heat Of The Moment” e agli altri pezzi del primo album, che rimangono i più richiesti ai concerti?

“Per niente. Io sarei deluso se non sentissi “Hotel California” a un concerto degli Eagles, tu no?

Continuate a produrre grande musica: qual è la chiave e il consiglio che daresti alle nuove leve?

“Prenderà in prestito un verso dei Journey: “Don’t Stop Believin’”! Rimanete concentrati sull’obiettivo, abbiate pazienza e siate disposti ad attendere, non mollate MAI. Assaporate ogni momento.

giovanni.barbo

view all posts

Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login