Annihilator: “Triple Threat” – Intervista a Jeff Waters

Jeff Waters, il guitar hero (ma anche cantante, bassista, …) canadese da sempre anima degli Annihilator è sulla scena da più di trent’anni: una carriera a fasi alterne ma che di certo ha dimostrato e continua a far vedere la genuinità di questo personaggio che si dimostra persona veramente gradevole ed ultra loquace al telefono. L’occasione per raggiungerlo si è creata con la pubblicazione del doppio album/cofanetto “Triple Threat”, per parlare di quest’ultimo, della sua lunga carriera e dell’Italia…

Ciao Jeff! Come va? E’ un vero piacere parlare con te!

Ciao Fabio! Grazie mille, il piacere è tutto mio! Tutto bene, a parte che qui ora nevica forte e c’è una bufera, quindi speriamo che la linea regga. E’ da qualche giorno che mi alzo presto al mattino e ho interviste per molte ore: siamo tornati  dalla seconda parte del nostro tour europeo ed è stato molto divertente: ora sono nel mio ufficio e guardo la neve turbinare fuori dalla finestra.

“Triple Threat” esce in gennaio e volevo sapere come mai la scelta è caduta su questo titolo e da dove è venuta questa idea.

Il titolo è venuto fuori naturalmente perché nell’edizione “normale” ci sono 3 dischi principali: il concerto al Bang Your Head Festival, lo show acustico nel mio studio di registrazione a casa mia e l’ultimo DVD è un mini documentario che abbiamo girato durante l’estate. L’idea principale del nuovo “Triple Threat” nasce dal fatto che il primo album “Alice In Hell” era rock/thrash mentre il secondo, “Never, Neverland” pur partendo da basi simili aveva anche influenze più marcatamente heavy metal classiche e melodiche (grazie anche all’intervento di un altro cantante come Coburn Pharr) e abbiamo proseguito con “Set The World On Fire” con un terzo cantante (Aaron Randall) che era più commerciale e melodico; il quarto “King Of The Kill” ha visto il sottoscritto anche in veste di cantante ed era molto heavy metal con un pizzico di thrash. Ecco perché penso che i primi quattro dischi siano diversi dal punto di vista vocale e stilistico ma che siano accomunati dal fatto che contengono canzoni che si possono rendere ottimamente in acustico: questo è durato fin alla fine degli anni ’90, quando i pezzi hanno cominciato a prendere una svolta più thrash e forse un po’ meno melodica. Ebbene, ho sempre voluto fare qualcosa di acustico ma non è mai stata una priorità: nel 2012 uscì “A Different Kind Of Truth”, dei Van Halen, in cui c’era un bonus DVD con 4 loro tracce in acustico fra le quali “Panama” e “Beautiful Girls” e ne fui folgorato perché vedere questi brani girati in maniera semplice, in bianco e nero, in uno studio, in relax e in compagnia del cane, oltretutto mi sembra con tre sole telecamere, mi ha fatto pensare fosse una delle cose più belle mai viste e me ne sono innamorato fin dal primo momento. Cioè, parliamo del più grande chitarrista al mondo che jamma con il suo gruppo in studio: ecco da dove è nata l’idea che poi, a dicembre 2015, mi ha portato a parlare con l’etichetta –specialmente con Jay Lansford– che è rimasta entusiasta all’idea di fare un cofanetto per i fan che racchiudesse un live DVD, un live acustico e un documentario, una cosa diversa dal solito DVD che sembra dire “Ok, questo è il gruppo dal vivo. Punto.”, il tutto corredato da una copertina che richiamasse il nostro ultimo “Suicide Society”, copertina ad opera dell’artista ed amico Gyula Havancsák . E’ un regalo per i fan, che gli mostra anche com’è la vita qui in Canada, una cosa rilassante e con l’aspetto del “dietro le quinte degli Annihilator” oltre al “Making Of” del DVD e la presentazione della band così com’è al giorno d’oggi. Quindi una “Triple Threat”, non un semplice disco solitario.

Com’è andata l’esperienza delle “Watersound Studios Sessions” e cosa ci puoi dire delle persone coinvolte? Penso sia stata una bella cosa e che si possa percepire la vibrazione positiva che ne scaturisce…?

Ti assicuro poi che fare l’acustico ha richiesto molti sforzi: suonare bene dall’inizio alla fine ogni brano in questa dimensione nuova per noi non è stata una passeggiata e c’è stata un’ottima collaborazione da parte, fra gli altri, di Marc LeFrance alla batteria, un caro amico che ha cantato anche su “Phoenix Rising”, “Perfect Angel Eyes” e altre canzoni degli Annihilator; è molto famoso qui a Vancouver come “cantante da studio” e ha prestato le sue corde vocali anche per i cori di “Livin’ On A Prayer” e “Dr. Feelgood”, sono sue le note alte di queste canzoni nei cori (Jeff canticchia i ritornelli di entrambe) e in quelle degli album solisti di David Lee Roth. Lo ho chiamato per dirgli della mia idea, insieme a un grande chitarrista country/blues che si chiama Pat Robillard: si sono uniti logicamente Aaron Homma alla chitarra e Richard Hinks al basso, anche loro entusiasti del progetto, abbiamo scelto i pezzi e tutto si è concretizzato. Come sono stati scelti i pezzi da suonare in acustico? Beh, alcuni li ho scelti personalmente io perché “me li sento dentro”, altri perché non potevamo lasciarli fuori come “Sounds Good To Me”, altre sono canzoni irreperibili quasi ovunque su disco ufficiale della band, così abbiamo costruito questa scaletta che alla fine si è rivelata divertente ma, alla fine dell’esperienza, pure impegnativa. Alla fine di ogni canzone, a telecamere spente, ci davamo il cinque e si andava al piano superiore a fare stretching o a bere caffè, quindi posso proprio dire che ci siamo ben divertiti per quanto riguarda questa session acustica ma si possono trovare bei momenti, tornando a “Triple Threat”, anche nella performance al “Bang Your Head” e nel documentario.

A proposito del Bang Your Head Festival in Germania: com’è stato suonare di fronte a tutta quella gente e sapere che sarebbe stato tutto registrato per i posteri?

Ti dirò, all’inizio avevamo pensato di registrare questa parte a Calgary, qui in Canada, ma alla fine abbiamo deciso che forse la decisione più saggia sarebbe stata, vista anche la natura di “Triple Threat”, celebrare un concerto “normale” degli Annihilator, quindi senza effetti speciali; un concerto di giorno e non con il favore del buio, quindi senza luci particolari (non potevamo neanche spendere tutti i soldi in effetti): siamo saliti sul palco cercando di dare tutto e non pensando al fatto che si stava filmando la performance. Devo dire che il pubblico di questo festival è notevole, anche se logicamente non sono tutti così fan da tenere il braccio alzato e scuotere la testa per l’intero concerto, ovviamente: un festival porta anche a queste cose, a qualcuno piaceranno gli Annihilator e ad altri i Twisted Sister, pubblico diverso e oltretutto tedesco, quindi abituato ad avere parecchi concerti da vedere e magari a seguirli in maniera più freddina rispetto alle latitudini più mediterranee di paesi come l’Italia, per esempio. Comunque è stato un bel concerto sia sopra che sotto il palco: eravamo più che altro preoccupati da un punto di vista tecnico perché i Twisted Sister erano gli headliner, suonavano anche i Testament, quindi non abbiamo fatto nemmeno il soundcheck a causa dei tempi ristretti di cambio palco perciò siamo pure stati fortunati, visto che tutto è filato liscio. Siamo saliti sul palco e ci siamo detti “Ok, suoniamo e freghiamocene di tutto il resto”: alla fine non contano i soldi del biglietto del concerto, del merchandising o altro, conta solo la musica.

Sei sulla scena da più di 30 anni, perché hai cominciato nel 1984: com’è stata la storia degli Annihilator fino ad ora, a tuo parere?

Certamente se guardi a tutti i musicisti che hanno fatto parte del gruppo e ai generi musicali che abbiamo toccato penserai che sia una storia complessa: thrash, thrash melodico, heavy metal melodico, quattro cantanti in quattro album, line-up generalmente diverse… Dopo il primo disco ho capito che sarebbe stato così, che non avrei trovato in quel momento persone che si sarebbero accollate le altre parti quindi ho cominciato, per molte cose, ad arrangiarmi: scrivere i testi, le parti di basso, batteria. Penso che gli Annihilator abbiano registrato 160 canzoni in studio e io abbia suonato il basso in 158 di esse!!! A questo punto direi che gli Annihilator si possono considerare per metà un progetto solista e per metà una band, giusto? Certe persone che non ci conoscono, che si avvicinano per la prima volta al gruppo, non capiscono e pensano che io sia una sorta di stronzo o dittatore perché cambio continuamente musicisti seppur validi che mi gravitano attorno: ci rido su e penso che in fondo è sempre stato così e mi sono reso conto che, dopo il contratto con UDR Records che coinvolge due dischi sarò il  cantante che ha prestato la sua voce su più album degli Annihilator. Sai, membri diversi portano diverse influenze ma il progetto in fin dei conti è stato heavy/thrash dall’inizio con un po’ di blues, di jazz e con molto divertimento, sempre.

Quali pensi siano le canzoni più rappresentative nella carriera degli Annihilator, Jeff?

Mmmmhhh, direi “Drive” dall’album “Schizo Deluxe” perché super veloce e tecnica e “No Way Out” da “Feast”, di sicuro!

Qual è stato il momento più bello nella tua carriera e, se posso chiedertelo, il più brutto?

Per la band di sicuro fare il tour coi Judas Priest ai tempi di “Painkiller”, con una band sconosciuta chiamata Pantera: avevano appena pubblicato “Cowboys From Hell” che, durante le prime date del tour doveva ancora essere nei negozi e nessuno li conosceva. E’ stato stupendo fare un tour con loro ai tempi e coi Judas Priest, artefici, a quel tempo, del più grande come back nella scena metal con quel CD! Nessuna band ha mai fatto tredici album e poi salta fuori con una bomba come quella come quattordicesimo CD: fresco, nuovo, potente… Tornammo in tour coi Judas Priest anche nel 2004 quando Rob Halford si riunì con loro e, credimi, fu una gran soddisfazione quando ce lo chiesero. Ti dirò anche che nel 1993 mi chiesero di cambiare nome al progetto e cambiare musica ma dissi di no per rimanere fedele alle mie idee: quello fu un brutto momento ma dopo poco ci fu “King Of The Kill” e fu una grandissima rivincita per me!

E adesso, Jeff, cosa c’è in cantiere per i prossimi mesi?

Ho già scritto e registrato nuovo materiale ma al momento un po’ di relax: impegni un po’ ovunque di rappresentanza, incontrare amici e partecipare a jam sessions, che sono sempre lavoro ma anche divertimento soprattutto; poi fra poco c’è la 70000 Tons Of Metal, alla quale parteciperemo! Saremo in tour di nuovo molto presto, poi dovremmo tornare in Europa per i festival estivi. Da quando è uscito “Suicide Society” è stato il periodo più in cui sono stato più impegnato della mia vita: ma è bello e mi piace così!

OK Jeff, grazie mille della chiacchierata e puoi lasciare un messaggio ai tuoi fan italiani che sperano di rivederti presto!

Hai dimenticato di dire che il nostro batterista è italiano e si chiama come te, seppur con un cognome diverso: Fabio Alessandrini ! Io vivo vicino ad Ottawa e lì c’è la più grande comunità italiana, così ho sempre avuto la possibilità di provare il meglio in fatto di cibo! Non è un bene per il mio peso ma per il resto è paradiso: Fabio Alessandrini è veramente forte, ha poco più di 20 anni ma spacca davvero! Un saluto a tutti voi e grazie a te e Metallus per questa intervista: io sono per il 25% italiano e mio cognato pure! Vi adoro!

 

 

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