Alter Bridge: “Take The Crown” – Intervista a Scott Phillips

Ormai da molti anni a questa parte, gli Alter Bridge sono una certezza fatta di talento e professionalità; abbiamo avuto la fortuna di parlare con il batterista Scott Phillips (con Brian Marshall come guest star, disteso sul divanetto accanto) nel backstage del Mediolanum Forum, dove la band si è esibita dal vivo lo scorso 2 Dicembre.
Leggete per scoprire tutto su come nasce una setlist degli Alter Bridge e quali sono i rituali della band prima di ogni show, in attesa di rivederla sul palco del Rock The Castle la prossima estate!

Ciao Scott, innanzitutto grazie per il tempo che mi stai dedicando prima di questo show milanese. Partiamo proprio da questo: cosa vi aspettate da questa serata?

Figurati, grazie a te. Il pubblico italiano è fantastico, molto passionale, e ci tiene davvero alla band e alla musica che facciamo. Abbiamo già suonato qui, credo fosse nel 2013, ed è stato eccezionale, per cui mi aspetto che lo sia anche oggi.

Il nuovo album degli Alter Bridge, “Walk The Sky”, è uscito ad Ottobre: qual è stata la reazione dei vostri fan fino ad ora?

Direi ottima. Fin dall’inizio abbiamo iniziato ad eseguire quattro o cinque pezzi del disco a rotazione, su un totale di sette brani totali da cui attingiamo. “Wouldn’t You Rather”, il primo singolo, c’è sempre, e abbiamo suonato quasi sempre anche “Pay No Mind”. Anche “Godspeed” ha fatto il suo debutto durante il tour e la reazione è stata fantastica.
In generale, il pubblico è stato molto ricettivo e più acquisisce familiarità con i nuovi brani, più diventa partecipativo durante i live. Naturalmente, più suoniamo i pezzi più il pubblico ci si affeziona, anche perché il disco è uscito abbastanza di recente e ci vuole tempo perché i fan entrino in confidenza con le nuove tracce.

Quando vi esibite, notate delle differenze di approccio del pubblico tra i vari paesi che visitate?

Ci sono delle differenze, sì. Come ho detto, il pubblico italiano è molto passionale e questo vuol dire tanto per noi, perché qualsiasi band trae ispirazione dall’energia dei fan. Nel corso dei molti anni di tour in Europa abbiamo visto persone stare ferme a guardarci e altre cantare, urlare, pogare, fare crowdsurfing. Direi che oggi il pubblico si somiglia abbastanza, c’è chi ci ha già visti in passato e conosce la band e chi ci viene a vedere per la prima volta, ma in generale il pubblico europeo sembra essere sempre il più appassionato.

Tornando a “Walk The Sky”, alcuni elementi del disco richiamano dei lavori precedenti degli Alter Bridge, penso soprattutto a “Blackbird” e “AB III”. Qual è stato il mood generale durante le registrazioni?

Direi che il mood è stato fantastico; nell’album ci sono elementi nuovi, ma anche qualcosa che arriva da “AB III”, “Blackbird”, “Fortress”…diciamo che un po’ tutti i nostri dischi precedenti hanno lasciato una traccia in questa release. Il morale durante le registrazioni era alle stelle, anche se non abbiamo avuto molto tempo a disposizione tra il progetto di Mark e gli impegni di Myles con Slash.
In passato avevamo magari due settimane di tempo in cui ci trovavamo a lavorare su qualcosa e poi tornavamo a casa, per poi incontrarci di nuovo un mese dopo e riprendere il lavoro. Oggi abbiamo una settimana e mezzo o due di pre-produzione, in cui tutti condividono le loro idee e familiarizzano con il materiale: poi c’è sempre un momento in cui raccogliamo tutti gli spunti e li esploriamo per arrivare al risultato che metta d’accordo tutti.
Eravamo centamente molto emozionati, dopo tre anni dall’ultima volta in studio insieme, per cui ci siamo davvero divertiti.

Ho dato un’occhiata alla setlist delle ultime date e, come mi anticipavi anche tu, ci sono un po’ di brani da “Walk The Sky”. Puoi darmi qualche anticipazione su cosa ascolteremo di nuovo stasera, a parte “Wouldn’t You Rather” e “Pay No Mind”, che come mi dicevi sono già un must?

Sì, ci saranno anche “Native Son”, “Dying Light”, l’ultima canzone del disco, e “Godspeed”. Tendenzialmente, nelle prossime date alterneremo “Dying Light”, “Take The Crown” e “In The Deep”; poi credo che ad un certo punto aggiungeremo “Forever Falling” e magari inizieremo ad esplorare o almeno provare dei nuovi pezzi che potranno entrare in setlist quando torneremo qui la prossima estate.

Come avviene la selezione dei pezzi da inserire in scaletta, soprattutto ora che avete così tanti pezzi che non potete non suonare live…

Per questo tour in particolare sapevamo che avremmo avuto fino a sei nuovi pezzi ogni sera, per cui eravamo consapevoli che sarebbe stato difficile scegliere tra i vecchi brani, visto che abbiamo altri cinque dischi all’attivo, per un totale di circa 60 o 70 canzoni. Abbiamo delle certezze, che sono “Blackbird”, “Rise Today”, “Open Your Eyes”, per cui ruotiamo anche tra i vecchi pezzi. Sappiamo che, man mano, alcuni tra i brani preferiti di qualcuno non potranno più trovare spazio nella scaletta, ma questo sarà ad un certo punto inevitabile.

E invece ci sono una o più canzoni che, personalmente, ti piace suonare in particolare?

Moltissime! Alcune sono più sfiidanti di altre, “Isolation” è sempre molto divertente per l’energia che ha, “Blackbird” è sempre stata nella nostra setlist e nasconde una grande passione, cerchiamo sempre di far capire al pubblico quanto significhi per noi quel pezzo; sappiamo che ha un grande valore anche per altre persone, quindi ci mettiamo tutta la nostra energia.

Gli Alter Bridge hanno una fan base molto devota, ogni vostro album è accolto con calore dal vostro pubblico ed è innegabile che siate una delle band di maggior successo degli ultimi 15 anni. Sei d’accordo con quei giornalisti che affermano la mancanza nel music business di personalità e nomi importanti come quelli che hanno fatto la storia degli anni ’70 e ’80?

Credo che queste personalità siano ancora lì, ma è cambiato il modo in cui le persone guardano ai loro beniamini, perché è il music business ad essere cambiato tantissimo dagli anni ’70 o ’80. A quell’epoca era molto in voga l’approccio sex, drugs & rocn’n’roll, distruggere gli hotel, fare festa dopo ogni spettacolo. Oggi le cose sono cambiate, anche se tanto per iniziare noi non siamo mai stati quel tipo di band…sai, credo che ci siano grandi personalità e musicisti talentuosi nel business; a volte sono persone con una grande personalità e basta e altre volte artisti con un grandissimo talento ma non tanta personalità; ci sono delle star, ciò che è cambiato è il modo in cui le guardiamo.

Quali erano i tuoi eroi musicali quando eri un ragazzo?

Quando ero giovane, le prime rock band a cui mi sono approcciato sono stati i Def Leppard, Van Halen e Quiet Riot. Quando avevo nove o dieci anni,
è entrato in scena MTV: io vivevo in una piccola città e avevamo una sola stazione radio, con MTV si è aperto un nuovo mondo musicale. Quando ero piccolo mio padre amava il jazz e io ascoltavo un po’ di tutto, dal rock, al rap, all’rnb. Verso la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 ho iniziato a suonare la batteria e ad ascoltare i Living Colour, Soundgarden, Rage Against The Machine. Così mi sono appassionato al rock e al metal, per poi scoprire in seguito il rock classico dei Led Zeppelin, Pink Floyd, The Who e a capire da dove arrivava la musica che mi aveva così influenzato. Però sì, direi che i miei eroi all’epoca erano Def Leppard e Van Halen.

E come hai scoperto la passione per la batteria?

Ho sempre voluto suonare la batteria da piccolo, ma i miei genitori non erano d’accordo. Mio padre suonava molto bene la tromba e amava il jazz, voleva che imparassi a leggere la musica e così mi ha fatto prendere lezioni di piano per alcuni anni, dicendo che dopo mi avrebbe preso una batteria o una chitarra elettrica. Ma gli anni passavano e non arrivava nessuna batteria o chitarra elettrica! Così ho iniziato a suonare il sassofono, ma poi a 18 anni ho deciso che nessuno mi avrebbe impedito di suonare la batteria.
Ed eccomi qui, in Italia, 30 anni dopo.

Negli ultimi anni in Italia i talent show musicali stanno letteralmente spopolando e il risultato sono dei giovani musicisti che arrivano sulle scene per poi sparire nel giro di pochissimo tempo. Che consiglio daresti a chi, giovane o meno, aspira a fare questo mestiere?

Perseverate, non fatevi scoraggiare. Anche in America abbiamo show come American Idol o The Voice, e a volte i partecipanti sono artisti estremamente talentuosi, anche se questi programmi si focalizzano essenzialmente sui vocalist. Molti di questi artisti che sono esposti al grande pubblico si aspettano che tutto continui così anche dopo la fine del programma. E invece lo show va avanti con una nuova stagione e loro si ritrovano a chiedersi cosa stanno facendo. Il mio consiglio è di usare lo show come un trampolino di lancio, ma di continuare a lavorare duro; noi stessi all’inizio abbiamo collezionato moltissimi no, ma bisgona credere in se stessi e lavorare sulla propria musica, perché alla fine potrebbe arrivare quel che ti permette di mostrare al mondo la tua arte.

E prima di lasciarti al palco del Mediolanum Forum, hai o avete qualche rito pre-show?

Non abbiamo nulla che facciamo insieme, a parte battere il pugno prima di salire sul palco. Ognuno di noi però ha una propria routine, questo sì. Ad esempio Brian si prepara e si sistema i capelli ad una certa ora, poi si esercita con il basso, e così anche io ho un orario preciso in cui mi preparo e inizio a fare stretching per lo show. Tutti noi abbiamo una routine individuale ben precisa durante il giorno, e se per qualche motivo salta, questo ti porta a non avere la giusta impostazione mentale per lo show.
Non c’è nessun abbraccio o doccia di gruppo, ma di certo ognuno segue i propri rituali.

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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