Dark Lunacy: Ai Confini Del Death Melodico  - Intervista a Mike

Dark Lunacy: Ai Confini Del Death Melodico – Intervista a Mike

Dark Lunacy

Allora Mike, vi faccio innanzitutto i complimenti per il nuovo album, ‘The Diarist’. Credo che si possa affermare in tutta tranquillità che esso rappresenti l’apice della vostra carriera, grazie ad un perfetto connubio tra la componente estrema e quella sinfonica della band, che ne dici?

“Grazie davvero per i complimenti! Il risultato ottenuto con ‘The Diarist’ è frutto del tempo e dell’esperienza che abbiamo accumulato dopo l’uscita di ‘Forget Me Not’. Un’esperienza maturata anche sul versante live, grazie ad esempio al tour in cui abbiamo fatto da supporto ai Dark Tranquillity. ‘The Diarist’ suona diverso rispetto al suo predecessore, c’è una maggiore ricerca della melodia. Diciamo che per l’ennesima volta abbiamo lavorato duro e ci siamo messi in discussione, cercando e ottenendo una sinergia tra quelle che sono le due componenti dei Dark Lunacy, una estrema e una sinfonica, accentuando quest’ultima.”

Sei d’accordo se ti dico che il nuovo album sembra fare breccia in prevalenza sul fattore emozionale? Mi spiego: c’è una grande tecnica, ma le partiture non sono mai indigeribili, mentre sono le parentesi più “drammatiche” ad essere messe in primo piano. Tu come la vedi?

“Dici bene. Anche questa volta i Dark Lunacy hanno cercato di evolvere, pur senza snaturarsi. Mi viene naturale prendere ancora come paragone il precedente album ‘Forget Me Not’, che rispetto a ‘The Diarist’ suonava decisamente più tecnico e ricercato, mentre il suo successore predilige le parti più enfatiche.

In questo senso ci sono servite le esperienze maturate dal vivo. Oltre che insieme ai Dark Tranquillity abbiamo avuto la possibilità di esibirci ad importanti avvenimenti quali il Gods Of Metal e l’Evolution Festival. Qui abbiamo notato che il pubblico, quando eseguivamo delle vecchie canzoni che facevano leva sull’enfasi e la drammaticità più che sulla mera tecnica, rispondeva molto bene, meglio rispetto a quando proponevamo i brani tratti da ‘Forget Me Not’.

E così, è stato naturale in un certo senso intraprendere questa strada, e cioè, già dalle prime note di ‘The Diarist’, cercare la melodia piuttosto che la tecnica. Le ritmiche sono meno serrate che in passato e sono più emotive. Il tutto è accaduto in modo molto spontaneo, abbiamo lasciato che la musica ci trasportasse.”

Il disco è un concept, vero? Vuoi illustrarcelo?

“Sì certo, tengo molto a questo concept e cercherò di illustralo nel modo più sintetico possibile, perché se ne parlassi nei particolari staremmo qui un giorno intero!

Devi sapere che io sono un appassionato di musica e letteratura russa e quando il mio lavoro e la musica mi lasciano un po’ di tempo libero, viaggio. Due anni fa sono stato a San Pietroburgo. Ora, per quanto sia Mosca la capitale politica della Russia, San Pietroburgo è senza dubbio la capitale culturale, quella più ricca di arte e storia e per me, da appassionato, questo viaggio è stato una sorta di pellegrinaggio che mi ha lasciato molte cose.

Nella città ho visitato un cimitero monumentale dove erano sepolte ben un milione e duecentomila persone, morte durante l’assedio nella seconda guerra mondiale, quando Leningrado era occupata dai tedeschi, che non facevano entrare e uscire nessuno dal territorio cittadino. Questo ha comportato sofferenza e miserie per gli abitanti. Pensa che arrivavano a staccare la moquette dalle pareti e a cuocere la colla per poter mangiare, oppure facevano bollire le suole delle scarpe perché il cuoio contiene delle sostanze nutritive. Durante l’assedio morivano dalle tremilacinquecento alle seimila persone al giorno, di stenti o di fatica, eppure il popolo non si dava per vinto.

Organizzavano spettacoli musicali e teatrali, facevano di tutto per reagire all’occupazione con dignità e dare una parvenza di normalità alla loro vita.

All’epoca, tutte queste vicende erano narrate dai diaristi, delle persone normali che annotavano tutto quanto accadeva attorno a loro, a volte, più semplicemente, cioè che avevano fatto durante la giornata. Grazie ai loro scritti siamo venuti a sapere molte cose accadute durante i novecento giorni dell’assedio.

Ora vorrei specificare una cosa: visto che parliamo di Russia e Germania, di Seconda Guerra Mondiale, è facile cadere nel tranello della politica, ma tengo a precisare che l’album non contiene alcun proposito di questo tipo, né alcuno schieramento. Quando c’è una guerra sono le persone normali le prime vittime, questo a prescindere da ogni credo. Quello che ho fatto è stato romanzare gli avvenimenti, raccontando la storia di un ragazzo, un diarista, che ogni giorno combatte per rimanere in piedi.”

Parliamo ora nello specifico di alcuni brani. Ho amato in modo particolare l’opener ‘Aurora’, che se non sbaglio presenta ampi frammenti tratti da ‘Il Canto Del Volga’, giusto?

“La canzone ‘Aurora’ in realtà è nata prima della stesura di ‘The Diarist’, è un brano che risale ad alcuni anni fa. E’ stata un po’ la traccia che ci ha dato l’input a comporre tutto l’album proseguendo con le direttive tracciate in essa, la classica “goccia” che ha fatto traboccare il vaso, diciamo così. Io sono un appassionato di musica russa, possiedo una registrazione de ‘Il Canto del Volga’, un brano particolarmente suggestivo, che mi ha impressionato molto. Devi sapere che i soldati russi, quando la loro nave rimaneva ferma in una secca, non facevano altro che scendere, assicurare l’imbarcazione a delle corde e poi tirarla fuori, tirando, dalla secca. Durante questa enorme fatica, cantavano con una cadenza particolare, che in italiano può essere tradotta come “Oh, issa!”. Una cosa decisamente suggestiva. E così, abbiamo incastrato l’ossatura della canzone a quei cori, ottenendo a mio parere un buon risultato, la song è molto epica e drammatica.”

La tiltetrack invece è molto particolare e possiede a mio avviso delle atmosfere che guardano molto alla darkwave contemporanea, che ne dici?

“Sì, sono d’accordo con te, è un brano molto particolare, molto dark. E’ semplice, ma è dotato di una certa enfasi. Non c’è altro che un giro di pianoforte che si ripete sempre nel corso della canzone, ma se hai notato, ogni volta che il giro termina, entra un elemento sonoro differente. Prima la radio, poi il rumore della macchina da scrivere, il pianto del bambino e la sirena. Ognuno di questi elementi rappresenta delle vicende di quei novecento giorni di assedio.

La radio trasmette un discorso di Molotov. Come in ogni assurdo storico, mentre la gente della città moriva di stenti e sofferenze, Molotov parlava della gloria della Russia, del fatto che la nazione non avrebbe potuto perdere la guerra. Ti racconto una curiosità: quel discorso radiofonico fa parte degli archivi storici della nazione, per poterlo usare abbiamo chiesto ed ottenuto l’autorizzazione del governo russo!

Poi si sente il battito della macchina da scrivere, che rappresenta appunto il diarista che annota gli avvenimenti, poi c’è il pianto del bambino, che rappresenta la disperazione. Infatti, in quei giorni, le prime vittime erano proprio i bambini, perché più deboli, e molte madri sopravvissero ai loro figli. Infine c’è la sirena, che richiama simbolicamente alla guerra, alle ritirate a cui i cittadini erano costretti.”

Isolando un altro brano, io parlerei ancora di ‘The Farewell Song’, unico nel suo genere per quanto riguarda l’utilizzo dei cori e le partiture sinfoniche, tu come la vedi?

“La canzone ‘The Farewell Song’ non a caso è l’episodio conclusivo perché recupera le atmosfere epiche di ‘Aurora’, un po’ come se il tutto ritornasse all’inizio. Il coro russo che puoi sentire altro non è che una ninna-nanna popolare! Può sembrare strano lo so, perché il coro è molto profondo ed enfatico, eppure è proprio una ninna-nanna. Un po’come se, alla fine degli avvenimenti, il coro invitasse a dormire, al silenzio. Infatti è stato aggiunto solo alla fine del pezzo, ed è come se ci fosse questa sensazione della canzone che va a spegnersi, che invita al silenzio.”

Una curiosità: se non sbaglio c’è un pezzo, ‘On Memory White Sleigh’, dove ti cimenti con il cantato in russo, dico bene? Ci parli un po’ di questa scelta?

“E’ stata un’avventura! Ti dico confidenzialmente che essendo un cantante growl, non ho avuto molte difficoltà a cantare in russo. Questo perché è una lingua quasi priva di vocali, e l’impostazione del growl fa sì che la vocale sia una lettera particolarmente difficile da mantenere. Essendo dunque il russo una lingua quasi totalmente composta da consonanti, non ho avuto difficoltà da questo punto di vista. La cosa più difficile è stato impararlo!

In questo senso mi ha aiutato molto una ragazza laureata in letteratura, che parla il russo in modo fluente, come l’italiano. Ho scritto il testo in italiano e lei lo ha tradotto. Dopodiché, abbiamo dovuto lavorare sulla metrica, perché il pezzo in russo era ovviamente differente. Infine, è stata con me in studio di registrazione ed è intervenuta correggendomi quando sbagliavo la pronuncia, fino a che non abbiamo inciso completamente il pezzo. Devi sapere che il russo possiede molti accenti, basta che ne sposti uno o pronunci la parola in modo scorretto, che questa cambia totalmente di significato.

Ho voluto fare questo esperimento come omaggio alla cultura russa, della quale come ti ho detto, sono un grande appassionato.”

Come siete soliti dividervi il lavoro in fase di composizione?

“In genere l’idea per la canzone nasce da me o da Enomys, in studio. Inizialmente creiamo una bozza, che può essere un giro di chitarra o di pianoforte. Se poi questa bozza piace la proponiamo agli altri e ci lavoriamo sopra. In questo modo nasce l’ossatura della canzone. Infine, quando il brano è pronto nella sua struttura, aggiungiamo tutti gli altri strumenti e gli arrangiamenti. Questo è il metodo di lavoro che siamo soliti utilizzare, è quello che ci viene più naturale e fino ad ora si è rivelato il migliore.”

L’anno scorso siete stati protagonisti di un evento importante come l’Evolution Festival, quest’anno come vi muoverete sul versante live?

“Stiamo aspettando una risposta da Wacken. Gli headliner sono già stati decisi, così come la maggior parte dei gruppi se non sbaglio, ma ci sono ancora dei posti liberi e contiamo di avere questa opportunità. Ti dirò in via confidenziale che per una band come noi è ancora molto più proficuo suonare nel contesto di un festival oppure di spalla a un gruppo molto famoso. In questo modo hai la possibilità di suonare di fronte a un’audience numerosa e di farti conoscere presso un pubblico vasto. Diversamente, suonare da headliner in un contesto più piccolo esclude questa opportunità.”

A proposito di live, ti faccio una domanda maligna: i brani di ‘The Diarist’ sembrano comunque molto complessi da proporre in questa sede, come vi siete organizzati per poterne ottenere i vari arrangiamenti?

“Abbiamo già provato una parte dei brani con l’ottica di doverli eseguire dal vivo. Per alcuni non c’è stato nessun problema, per altri invece, il problema si è posto con le sovraincisioni di chitarra, perché nella band c’è un chitarrista solo, Enomys. Stiamo dunque lavorando su queste canzoni.

Per quanto riguarda le parti di musica classica, stiamo discutendo con il nostro tour manager l’opportunità concreta di essere accompagnati da un quartetto d’archi. Non è un’ipotesi impossibile, ma ovviamente dipenderà dal budget che avremo a disposizione.”

Ultimo ma non per importanza…Cosa vi aspettate dalla release di ‘The Diarist’?

“Ci aspettiamo che la gente sappia apprezzare i Dark Lunacy non solo come una metal band, ma anche come un gruppo di persone che ha lavorato a questo disco con impegno, coraggio e credendo fino in fondo nelle proprie capacità!”

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