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GODS OF METAL - DAY 1 |
| 27/06/2009 |
Stadio Brianteo |
Monza |
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E' una giornata incentrata sull'hard rock - seppur con qualche notevole digressione, vedi i leggendari Voivod -, la prima del
Gods Of Metal 2009. La line-up è di prim'ordine, e mette insieme alcuni habitué della manifestazione (Heaven & Hell, Motley
Crue, Edguy) a "new entry" di grande interesse, su tutti i Tesla, che rararmente si sono spinti in terra tricolore. Il
pubblico, anche per la struttura della scaletta, comincia ad arrivare allo Stadio Brianteo già al mattino, quando si ebiscono
nomi di tutto rispetto come gli Extrema e newcomer (più o meno, data la parentela) come Lauren Harris.
Il primo concerto, per chi scrive, è però quello dei Voivod. Parte del pubblico mugugna per la loro posizione in
scaletta - suonano a mezzogiorno - a favore di altre band senz'altro meno blasonate. D'altra parte i conti - ahimé - si fanno
con la popolarità attuale del gruppo, notevolmente scesa malgrado i continui attestati di stima di band e musicisti di primo
piano, che indicano nel combo canadese uno dei numi tutelari. Qualche passo falso negli ultimi anni e la continua rincorsa
alla new sensation - a prescindere dal valore musicale - fanno il resto. La band, pure, sul palco si conferma una forza
dirompente, con i nuovi brani ma soprattutto con i classici da un passato che sembra troppo lontano. Senza scendere troppo
nei particolari di uno show comunque tellurico anche nelle sue fasi meno ispirate, basti dire che Denis "Snake" Bélanger
fornisce la propria miglior intepretazione in "Nothingface", dall'album omonimo, quando nell'aria volano pericolose schegge
di melodie dissonanti. La dedica a Denis "Piggy" D'Amour arriva prima della chiusura, affidata all'ipnotica e potente cover
di "Astronomy Domine", sempre da "Nothingface". Dopo l'esibizione dei Voivod qualcuno addirittura se ne va, e in effetti la
differenza di genere rispetto al resto degli artisti presenti nel bill di quest'anno è notevole. Eppure questo è anche il
bello di una manifestazione che cerca di proporre uno spettro ampio di cos'è il metal, oggi.
Sul palco accanto salgono i Backyard Babies. Nicke, Dregen e compagnia bella sono e rimangono degli animali da
palcoscenico, eppure stavolta la loro efficacia non è ai livelli consueti. All'inizio, in particolare, quando la band è
penalizzata da un sonoro non proprio eccelso, lo spettacolo stenta a decollare, ma quando parte "Brand New Hate" diventa
davvero difficile non muoversi al ritmo della musica. Prima, "Highlight" dal capolavoro "Total 13" aveva comunque dato una
scossa, se non altro in termini di potenza, ai glamster presenti, e incuriosito il popolo più prettamente metal. Una scaletta
collaudata mostra ancora una volta quanto i BB sappiano essere catchy e coinvolgenti: contribuisce al gioco pure Dregen, che
si dimena per fare anche il più semplice degli assoli, mentre Nicke è più compassato. Apice del concerto la straripante "Look
At You", ma tutta la seconda metà di un set di una quarantina di minuti è decisamente adrenalinica, spostando la lancetta del
giudizio nell'emisfero positivo.
L'attenzione del pubblico si sposta, a questo punto, sugli Epica, il cui livello di gradimento e popolarità attuale è
decisamente alto, a giudicare dalla partecipazione con cui viene seguita l'esibizione. Che finisce ben presto, ad onor del
vero, per annoiare chi non è un fan del combo olandese: ineccepibili tecnicamente, pulita e discretamente potente la voce di
Simone Simons, la band però non può contare su un repertorio abbastanza variegato. Cade, quindi, nei dettagli, fallendo
miseramente lo scontato confronto con i Nightwish che chiunque segua la scena da una certa distanza è portato a fare.
Il concerto di Marty Friedman, ai più noto come ex chitarrista dei Megadeth, lo seguiamo da lontano, ma musicalmente
si tratta di un corpo estraneo rispetto alla proposta delle altre band, a prescindere dal suo valore.
C'è curiosità attorno alla performance di Lita Ford. Al di là della bella presenza, c'è da capire qual è la resa live
della cantante, e ahimé la risposta a questa domanda non è positiva. Diverse le stonature, e non basta a coprirle
l'attitudine da rocker dura e pura, che - quella sì - rimane e conforta un minimo il pubblico sempre più numeroso. Non aiuta
un volume assolutamente insensato, che non fa che sottolineare le sbavature. Quasi imbarazzante l'interpretazione di "Close
My Eyes Forever", piccolo hit a suo tempo nel duetto con Ozzy Osbourne.
Mentre il cielo si fa sempre più scuro di nuvole minacciose, salgono sul palco i Queensr˙che. L'inizio è tutto nel
segno di "Rage For Order", con un quartetto di canzoni prese da questo album di 23 anni fa, mitico ma che nel cuore dei fan
viene probabilmente dopo i due album storici successivi; in ogni caso il crescendo costituito da "Neue Regel", "The Whisper",
"Screaming In Digital" e "Walk In The Shadows" riesce a emozionare e coinvolgere i presenti. Geoff Tate è in gran forma e
offre un'ottima prestazione sia a livello vocale che interpretativo, arricchita dalla sua usuale intensa gestualità che
sottolinea le liriche delle canzoni; il resto della band però, pur musicalmente impeccabile, appare un po' fredda e
distaccata al confronto. Purtroppo poi, almeno dalla nostra posizione vicina al palco, i suoni veramente pessimi, con
chitarre quasi nulle e voce non in gran evidenza, vanno veramente a danno della resa e del coinvolgimento emotivo del
concerto. Segue nella parte centrale una terna estratta dal nuovo "American Soldier" ("The Killer", "Man Down!" e "Dead Man's
Words"); poche le mani alzate e i cori dal pubblico: in effetti la raffinatezza e l'eleganza dei nuovi pezzi è più adatta a
un attento ascolto del cd che non alla sede live. Intanto comincia a piovere ("proprio come a casa, a Seattle") anche se
fortunatamente non si scatenerà il temuto diluvio. E' sicuramente la parte finale, dedicata al masterpiece "Empire", che
regala le maggiori emozioni ai fan: l'intro di "Best I Can" viene accolto da un boato di soddisfazione (anche se purtroppo si
interrompe a causa di un problema tecnico, sottolineato da un perfetto "Eccheccazzo!" dal tastierista), e la partecipazione
sul resto del pezzo è massima; anche Tate alla fine si trova a commentare: "I love this song, mi ricorda molti momenti
splendidi". L'intensità resta altissima per le successive "Thin Line", "Jet City Woman" e la conclusiva "Empire" sottolineata
a gran voce dai cori del pubblico. Intendiamoci: nel complesso uno show più che buono, se qualcuna delle aspettative è andata
delusa è sicuramente perché nel caso di un gruppo così amato e stimato, che peraltro non capita certo frequentemente di
vedere dal vivo, queste sono particolarmente alte.
I Tesla sono uno dei motivi di unicità della giornata, per la difficoltà oggettiva di avere la possibilità di vederli
esibirsi dal vivo non solo in Italia, ma in Europa. Anche in questo caso, quindi, c'è parecchia curiosità sulla tenuta della
band dopo tanti anni di attività e di assenza dai palcoscenici vicini, ma il risultato - contrariamente a Lita Ford - è
decisamente confortante, anche se - va detto - non eccezionale. Soprattutto perché l'inizio è affidato ad episodi dell'ultimo
lavoro in studio, che nella riproposizione dal vivo rivela tutti i propri limiti, specie se paragonato all'ottimo "Into The
Now" - di cui viene riproposta la title track -, per non parlare dei livelli stellari del primo periodo di carriera. Quel che
c'è di buono è l'amalgama della band, lo spirito con cui calca il palco dopo tanti anni, affrontando scherzosamente i
notevoli problemi tecnici che, dopo pochi minuti di concerto, affliggono il bassista Brian Wheat, costretto a combattere con
cavi e amplificatore dispettosi che avrebbero fatto perdere la pazienza a nove musicisti su dieci. E poi, quando partono
pezzi come "Modern Day Cowboy" o la splendida "Gettin Better" c'è davvero poco da eccepire, bisogna soltanto lasciarsi andare
al ritmo della musica, perché questo è il rock. Jeff Keith è in buona forma, e Frank Hannon si prende più volte le luci della
ribalta in assenza di Tommy Skeoch. Dave Rude è ormai perfettamente calato nella parte e, pur senza strafare, contribuisce
alla riuscita di uno show puntellato dalla potenza e dalla fantasia della batteria di Troy Luccketta. Ovvia emozione per
"Love Song", non viene eseguita un po' a sorpresa "Paradise" e viene prevedibilmente trascurato l'eccellente e sottovalutato
"Bust A Nut". Chiusura affidata secondo copione a "Comin' Atcha Live", per quello che rimane comunque un buon set.
Ed è la volta degli Heaven & Hell. Mentre iniziano a risuonare le note oscure ed epiche del classico intro E5150, i
due grossi demoni alati appollaiati su alberi morti ai lati del palco sembrano montare la guardia, finché, accolti da
un'ovazione sempre crescente, fanno il loro ingresso le leggende viventi chiamate Vinny Appice, Geezer Butler, Tony Iommi e
Ronnie James Dio. L'inizio della celebrazione del sabba è affidato a "The Mob Rules", seguito dall'altro amatissino classico
"Children Of The Sea" ("la prima canzone che abbiamo composto insieme"), e il pubblico già tributa i massimi onori a quattro
persone che trent'anni fa hanno scritto una pagina fondamentale nella storia dell'heavy metal e sono qui oggi a rileggercela
con lo stesso impatto travolgente di allora. Butler e Iommi appaiono come al solito statuari, solidamente appoggiati sul
piedistallo costituito dalla roccia Appice, a pompare e macinare riff nel loro stile fuori dal tempo ed eterno; suonano tutti
come si faceva una volta, senza metronomi in cuffia o suoni campionati, ma ascoltandosi e guardandosi, e donando ai fan
emozioni vere e intense. Molti degli occhi e dei cuori sono rivolti al folletto che sembra aver rubato il segreto della vita
eterna; col passare degli anni il timbro della sua voce si è leggermente abbassato, ma non ha perso la capacità di
affascinare e trasportare l'ascoltatore in territori oscuri e lontani, spesso nascosti nel profondo dell'anima. Immancabile
il suo marchio di fabbrica, quel gesto delle corna ormai universale fra i musicisti metal, naturalmente replicato da tutto il
pubblico e, per un rapido attimo, anche da un Tony Iommi che abbandona momentaneamente la sua imperturbabilità. Lo show
prosegue fra estratti da "Dehumanizer" ("I" e "Time Machine") e dal nuovo disco, questi onestamente di caratura inferiore e
un po' di mestiere; uno degli highlight è invece sicuramente "Falling Off The Edge Of The World" dal primo disco di questa
formazione, interpretata magnificamente da un Dio al massimo dell'ispirazione. Per l'inizio di "Die Young" Iommi si ritaglia
uno spazio e viene al centro del palco a benedire la folla estraendo un sofferente solo dalla sua Gibson, vissuta al punto
che sembra aver attraversato le fiamme infernali. Il pezzo probabilmente più noto e atteso, che dà il nome alla band, chiude
la scaletta ufficiale; i cori del pubblico accompagnano i riff storici e la voce di Dio; l'emozione è al massimo quando
durante il break non presente su disco ma sempre eseguito dal vivo, grazie a un classico gioco di luci e fumo, Dio si
trasforma improvvisamente nel diavolo e il palco nell'anticamera dell'inferno! Ma naturalmente gli Heaven And Hell non ci
lasciano così e ritornano sul palco attaccando l'insolita "Country Girl" che dopo una sola strofa si trasforma nel classicone
"Neon Knight", fantastica chiusura per un concerto che rimarrà a lungo impresso nella memoria.
Sull'altro palco, chiudono la prima giornata i Motley Crue: di nuovo al Gods Of Metal dopo l'esibizione del 2007, la
band si presenta sul palco davanti alla scritta "Los Angeles" rovesciata, e subito si ha la sensazione che lo show sarà molto
più potente del previsto, soprattutto rispetto al ricordo della precedente esibizione italiana. Anche i pezzi dal nuovo
"Saints Of Los Angeles" tengono botta, eccome, e dopo qualche piccolo problema iniziale con il suono della chitarra di Mick
Mars, lo show decolla deciso mentre in lontananza, strana coincidenza, vengono sparati in cielo fuochi d'artificio. Vince
Neil, soprattutto, è in forma smagliante e padrone del palco, con buona pace dei compagni d'avventura. Tommy Lee è come
sempre esuberante, ma un po' meno gratuitamente sguaiato del solito: gli anni passano anche per lui, e in questo caso forse
la cosa non è del tutto negativa. A dominare nella scaletta, i pezzi del capolavoro "Dr. Feelgood", sempre più osannato ad
anni di distanza. Non mancano gli altri classici come "Shout At The Devil" e "Girls, Girls, Girls", c'è davvero tutto per far
felici i presenti, tutto tranne una durata inferiore al previsto. Dopo qualche chiacchiera, infatti, i Motley Crue concedono
un solo bis: Tommy Lee si siede al pianoforte e partono inconfondibili le note di "Home Sweet Home", quasi un augurio di buon
viaggio ai metal fan arrivati da tutta Italia per assistere ad un'ottima giornata di musica.
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| Giovanni Barbo e Piero Paravidino |
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