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FASTER PUSSYCAT |
| 23/05/2003 |
Indian's Saloon |
Milano |
Gruppi supporto - BANG TANGO - PLAN NINE - CATHOUSE
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Altro evento in ambito street/glam organizzato dalla Get Smart in collaborazione con Cathouse (e uno…), che negli ultimi mesi sta portando in Italia alcuni tra i nomi più importanti e storici del movimento. Questa volta tocca ai Faster Pussycat venire per la prima volta a suonare in Italia, e l'attesa dello zoccolo duro dei fan è molto alta. Per l'occasione è stato organizzato un vero e proprio mini-festival, con quattro gruppi coinvolti.
Aprono le danze i bergamaschi Cathouse (e due...), autori di uno street anni 80 assolutamente canonico, con tutti i lustrini, i cori in falsetto e gli uoo-ho al posto giusto. Estremamente derivativo e nostalgico, ma suonato con perizia e convinzione, e una buona capacità di tenere il palco. E il pubblico apprezza, soprattutto sulla cover dei Poison (un nome a caso...) che comincia a scaldare gli animi.
Opera continuata in maniera eccellente dalla nuova sensazione della sempre prolifica (perfino troppo secondo i diretti interessati) scena r'n'r svedese, i Plan Nine. Solido scan rock, non troppo tirato e con un occhio di riguardo alle melodie di facili presa. Anche qui il tributo pagato ai Backyard Babies è veramente notevole, ma i quattro ci sanno fare. Forse un po' freddi e poco interagenti con il pubblico, ma decisamente preparati, e soprattutto i pezzi ci sono, con dei ritornelli veramente azzeccati. Da tenere d'occhio, hanno ottimi margini di crescita.
A questo punto si entra in zona big, le vere fottute rockstar dello street, i duri del sesso droga e roccherolle che hanno addirittura diritto ad utilizzare il backstage (effettivamente troppo piccolo per tutti, gli altri usavano un ufficio!).L'attesa del pubblico è alta, ma si prolunga a dismisura. Infatti i Bang Tango si fanno attendere, e parecchio, tanto che cominciano a girare voci strane sul fatto che se ne fossero andati. In realtà il batterista e un chitarrista erano stati arrestati la sera prima a Barcellona dopo il concerto, per motivi non chiari ma oso immaginare legati a sostanze tendenzialmente poco care alle polizie di tutto il mondo. Sono stati trattenuti per la notte e hanno raggiunto Milano in ritardo mostruoso, e appena arrivati al locale sono stati buttati sul palco. Nonostante tutto questo il gruppo si presenta compatto, veramente ottimo nel tenere il palco. Una parte di pubblico è qui per loro, canta e si sgola, e loro non sono da meno. Joe LeSte è un ottimo frontman, con una voce roca magari un pochino bassa, ma davvero capace di stare su un palcoscenico a infiammare il pubblico. Gli altri (tutti nuove leve reclutate per l'occasione) lo seguono molto bene, dando vita a uno spettacolo infuocato. I pezzi sono quelli che sono, non siamo di fronte a dei capolavori, ma vengono proposti al massimo delle loro possibilità, e quando si parla di musica dal vivo questa è l'aspetto fondamentale.
Alla fine dell’esibizione dei Bang Tango il pubblico è esaltato e, dopo quasi tre ore di buona musica, la strada è spianata per l'ingresso di uno dei gruppi prime mover della scena street losangelina, e il pubblico non aspetta altro che di vedere i Faster Pussycat nella loro magnificenza. E qui purtroppo il crescendo che era stata la serata non raggiunge il suo atteso climax, ma anzi registra un vistosa caduta di tono, praticamente un tonfo. Qui abbiamo i 2/5 della formazione originale, e se Brent Muscat alla chitarra è ancora in forma e voglioso di suonare (come aveva già dimostrato nel tour con gli L.A.Guns), il vero problema è Taime Downe. Senza un filo di voce, riottoso, incazzato, più indisponente di un Axl Rose all'apice del successo senza averlo nemmeno sfiorato, quel successo. D’accordo, il locale non è pieno (ma c’è comunque un buon numero di persone), e l’Indian’s Saloon non è il miglior posto dove far suonare gruppi di medio calibro (fa un caldo infernale, veramente insostenibile per il pubblico, ancora peggio per quelli sul palco), però… Di certo molto fa parte del personaggio, e questa è l'attitudine che vuole avere di fronte al suo pubblico. Ma se questa non è supportata da una tenuta fisica decente e da una voce udibile il risultato è davvero triste. E oltretutto il concerto dura una mezz'ora scarsa, con un estenuante pausa prima di concederci 'Babylon' come unico bis. C’è stato appena il tempo una manciata di classici, le varie “ Cathouse”(e tre…), “Bathroom Wall”, “House Of Pain” e poco di più, poi tutti di corsa nel backstage. Devo dire che i fan più sfegatati sono stati persino soddisfatti, perdonando qualunque cosa alla loro star preferita, che alla fine del concerto per la verità è anche uscita a fare due chiacchiere col pubblico, dopo averlo maltrattato per mezz’ora. Quindi se il contratto tra chi si esibisce e chi paga il biglietto è questo e sta bene a tutte e due le parti non ci può essere nulla da dire. Di certo non fa per me.
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| Samuele Rudelli |
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