Wacken Open Air: Live Report - Day 2

Wacken Open Air: Live Report – Day 2

Avantasia | Children Of Bodom | Opeth | Gorgoroth | Headhunter | Wacken Open Air |

  • Data del concerto: 01 agosto 2008
  • Città: Wacken

Seconda giornata clamorosa quella del Wacken 2008, forse la più completa, varia e corposa di quest’anno: arrivare alla fine sarà una vera impresa.

Si inizia presto, alle 11 in punto sul party stage con gli irlandesi PRIMORDIAL, autori di un buon folk/black metal dalle potenti sonorità atmosferiche, certo non molto adatte per il sole cocente che (ancora per poco) batte sulla area concerti. Alan Averill in splendida forma alla voce ci regala una buonissima prestazione sia musicale che d’intrattenimento. Unica pecca l’eccessiva omogeneità delle canzoni che tendono ad assomigliarsi. Comunque promossi e magari l’anno prossimo la speranza sarà di trovarli ad un ora più tarda e ad adatta ad una band di questo spessore.

E’ quasi l’una quando salgono sul palco (ancora il party stage) gli storici CYNIC. La loro prova è sicuramente ottima sotto il profilo tecnico ed esecutivo, ma si capisce subito che la band si innesta male in un contesto da festival, tanto più qui al Wacken. La band è troppo defilata e per niente coinvolgente. La musica è in ogni caso stupefacente; i pezzi sono estratti dall’unico album uscito fin’ora a nome Cynic ovvero quel Focus che tanto ha fatto storia. I nostri prendono l’occasione per regalarci anche un paio di anticipazioni dal nuovo “Traced in Air”: i pezzi nuovi continuano il discorso cominciato nel 1993, mantenendo tracce progressive, atmosfere rarefatte ed incursioni death a base di brutale growl. Perfetto Sean Malone al basso ma rimandati ad un’altra location (l’unico posto dove si può vedere una band del genere è un club).

Purtroppo mentre suonavano i Cynic è iniziato il diluvio che continuerà fino a sera trasformando l’area concerti in una nuova woodstock, tra fango e gente che ci si rotolerà dentro.

Dopo un veloce autografo con i Primordial c’è tempo per vedere l’ultima mezzora dell’esibizione degli UNEARTH. Devo essere sincero, su disco non mi avevano mai convinto per una proposta musicale ormai stantia e già sentita, ma mi sono dovuto ricredere. Dal vivo la band spacca le ossa e sotto una pioggia battente riesce a coinvolgere il pubblico (qui siamo sul True Metal Stage) dando vita ad un mosh pit esagerato. I pezzi dal vivo acquisiscono una carica aggiunta, sono compatti ma eterogenei, regalando ampi spazi per assoli sparati a velocità fulminante. Ci regalano anche un assaggio del nuovo “The March”, con un pezzo che si inserisce alla perfezione tra i vecchi brani della band. Seconda sorpresa del festival dopo gli Airbourne.

Di nuovo sul party stage per l tanto atteso come back degli HEADHUNTER, trio formato da Schmier (Destruction), Schmuddel e Jorg Michael (Stratovarius). Quello di oggi è il loro primo concerto dopo 13 anni di assenza dai palchi se escludiamo il Warm Up Party di poche settimane prima.. E’ evidente che gli ingranaggi dal vivo non sono perfettamente oliati (Schmier arriva a scusarsi per delle imperfezioni della band su un pezzo): il concerto manca di compattezza complice forse anche il volume troppo basso (il che ha penalizzato tutte le band del party stage, era molto più alto nel Wet Stage al coperto). Ma se parliamo di musica i pezzi sono comunque molto coinvolgenti e sicuramente spiccano quelli estratti dall’ultimo lavoro tra cui spiccano “Silverskull” e “Payback Time”, ma anche brani più datati come “Parody of Life” e “Force of Habit”. Sul sito ufficiale della band è visibile la setlist del concerto. Promossi ma speriamo di risentirli in un vero tour a pieno ritmo, magari non sotto il diluvio.

Nel mio programma ci sarebbero stati i KAMELOT a questo punto, ma dopo 10 minuti della loro esibizione ho deciso di riposarmi tranquillamente. Roy Khan sembra non avere molta voce da vendere oggi e come mi ha fatto notare poi un simpatico norvegese alticcio, quando il cantante in questione è senza voce sembra che reciti più che cantare. Sound poco incisivo e piattezza totale.

Mi rifugio sotto il tendone del Wet Stage e mi gusto a questo punto il verace concerto dei DESTRUCTOR. 40 minuti di thrash assassino e suonato con le palle pescato qui e lì dal repertorio della band. Sicuramente derivativa come proposta musicale (Destruction e compagnia bella, tedesca ed americana) ma dal vivo pestano come pochi. Coinvolgenti, grezzi ed aggressivi.

Una bella ora e mezza di riposo ascoltando alla buona il concerto (pallosissimo) dei Sonata Arctica, ci porta alle 19:45, pronti per l’OPETH show. Un ora di concerto per 6 pezzi come da tradizione, tutti incentrati sul materiale più recente della band. Due gli estratti dall’ultimo Watershed (Demon of the fall, Her Apparent), Drapery falls da Blackwater park due mitiche Wreath e Master’s Apprentieces da Deliverance e Baying of the Hounds dal penultimo Ghost Reveries. Sopra le righe come sempre la performance di Mikael Akerfeldt, che con la dipartita di Peter Lidgren alla chitarra, si è accaparrato tutte l’attenzione del pubblico. Come da consuetudine tra una canzone e l’altra fa sfoggio del suo humour (molto inglese) totalmente in contrapposizione con l’aggressività e la brutalità dei pezzi. Decisamente ottima anche la prova del tastierista ormai in pianta stabile, Per Wiberg che le sue continue incursioni di Hammond ha portato una ventata di freschezza nel sound degli Opeth, soprattutto in sede live. Band da vedere e da rivedere e che nonostante una proposta non immediata si è inserita alla perfezione nel contesto festival, anche per un seguito ormai consolidato.

Alle 21.00 è tempo di CHILDREN OF BODOM. Era la prima volta che assistevo ad un loro show, ma probabilmente sarà anche l’ultima. Non che sia stato un brutto show e tanto meno suonato male, ma dal vivo i pezzi tendono tutti irrimediabilmente ad assomigliarsi. Gli effetti e le tonnellate di tastiere su disco, svolgono un ruolo nettamente marginale nel sound della band dal vivo. I cavalli di battaglia dei COB comunque si difendono; “Sixpounder”, “Needled 24/7″ “Hate Me” ed i bis “Hate Crew Deathroll” e “”Downfall”, saranno gli highlight del concerto e oscureranno pesantemente le performance dei brani estratti dall’ultimo Bloodrunk. Alexi Lahio non lesina pose ed atteggiamenti da bulletto (in senso buono) e intrattiene discretamente il pubblico. Curiose le due cover appena accennate: Jump ed ebbene si, Umbrella di Rhianna. Non si è ben capito se siano state interrotte da Alexi perché effettivamente stavano venendo fuori due ciofeche o se era già tutto programmato. Concerto così così, piacevoli ma niente di più.

Finalmente giungiamo ai veri headliner della giornata, nonostante un orario anomalo per una band tale (sono in programma a mezzanotte e un quarto). Stiamo parlando ovviamente degli AVANTASIA di Tobias Sammet. La formazione è stratosferica, bastano quattro nomi per far impallidire: Andre Matos, Jorn Lande, Bob Catley ed Uli John Roth. La setlilist proposta questa sera è maggiormente incentrata sul materiale dell’ultimo The Scarecrow, si inizia infatti con Twisted Mind e The Scarecrow, quest’ultima in cui purtroppo il microfono di Jorn Lande non funziona. Un gran peccato, in parte ripagato dalla prestazione dello stesso in “Another Angel Down”. Tra i brani dei primi due “The Metal Opera” spiccano “Avantasia”, “Farewell” e la finale “Sign of the Cross”. E’ un vero spettacolo assistere ad un evento del genere. Certo questo degli Avantasia non sembra essere un vero concerto metal, ma vedere suonare il mitico Uli John Roth mentre le tre voci sopraccitate calcavano le assi del palco è stata un emozione incredibile che avrà fatto cambiare idea anche ai detrattori della band. Infine il fautore di questo progetto, Tobias Sammet ha sfoderato una performance veramente sopra le righe, forse un po’ troppo coreografica (le pose con Matos hanno raggiunto vette un po’ ridicole a dirla tutta), ma sotto il profilo vocale e musicale impeccabile. Infine doveroso citare i funambolici e perfetti assolo di Sascha Paeth ed Oliver Hartmann. Forse il concerto più completo ed entusiasmante dell’intero festival. Peccato che il master mind Sammet sembra abbia messo la parola fine al progetto Avantasia.

Ed infine la mazzata finale per questa giornata di festival. Sono le 2:00 in punto quando salgono sul palco i GORGOROTH in versione Gaahl e King Ov Hell. Diciamo subito che di storico stasera c’è solo il nome, la vera leggenda della band si chiama Infernus, ma come ben si sà è stato estromesso dalla band. La scenografia è quella che ha fatto tanto scalpore in Polonia, ovvero quattro persone (o manichini? Da lontano non si capiva) su altrettante croci e numerose teste di capre impalate ai margini del palco. Sicuramente di grande effetto questo allestimento, ma purtroppo la performance musicale dei norvegesi non ha convinto per niente. I suoni sono impastatissimi, si fa fatica a distinguere una canzone dall’altra ma anche i diversi strumenti si fanno fatica a distinguere. Gaahl fa il suo lavoretto senza tanta enfasi, non coinvolge il pubblico che, vuoi anche per la stanchezza, risulta abbastanza annoiato. Tra i pezzi che ho riconosciuto da citare una onesta “Carving a Giant” dall’ultimo full lenght della band. Performance veramente mediocre. Ormai sono le 3 di notte e la stanchezza si fa sentire, ultima birra e si vanno a ricaricare le pile per l’ultima giornata.

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