Independent Days Festival: Live Report

Independent Days Festival: Live Report

Bad Religion | Skin | Queens Of The Stone Age | Independent Days Festival | Social Distortion | Maximo Park |

  • Data del concerto: 04 settembre 2005
  • Città: Bologna
  • Locale: Festa dell'Unità

Le aspettative, francamente, erano abbastanza basse. Dopo la straordinaria edizione del 2004, graziata soprattutto dalla performance incendiaria dei Velvet Revolver, il bill dell’Independent Days Festival 2005 si presentava piuttosto povero di grossi nomi, di un richiamo forte come quello di Slash e compagni. E invece, a conti fatti, quella di quest’anno rimane in testa come un’edizione musicalmente davvero interessante. In particolar modo la scelta di sfruttare il secondo palco con band di ottimo spessore (a chiudere la serata c’erano i Bad Religion, tanto per fare l’esempio più eclatante) ha rivelato un’attenzione non comune per gruppi emergenti di qualità, per lo più sconosciuti in Italia ma già osannati in patria (Maximo Party, ma anche Futureheads e Blood Brothers). La nota dolente è anch’essa legata al secondo palco: per raggiungerlo, infatti, bisognava uscire e rientrare nell’area del festival, con risultato visibile la coda per i Bad Religion, mentre a chiudere l’evento sul palco principale ci pensavano dei Subsonica decisamente fuori contesto.

Un altro nome apparentemente stonato era quello dei Meganoidi. Il nuovo corso della band italiana, però, è fatto di pochi fiati e tanta chitarra, anche se dal vivo il cantante si mostra molto a disagio nella direzione musicale presa. Sono lontani i tempi di ‘Supereroi’ (per fortuna?), ma la proposta dei Meganoidi targati 2005, per quanto sicuramente più vicina a quella delle band presenti all’Independent, suona ancora poco convincente, fatto solo in parte dovuto ad un soundcheck riuscito decisamente male.

Il sole picchia, e continua a picchiare anche quando sul palco principale fanno la loro apparizione i Maximo Park. Diverse persone prima sedute a godersi uno dei pochi spazi d’ombra si alzano, incuriosite da una proposta musicale tra le più interessanti della giornata, per quanto obiettivamente lontana dagli standard musicali di questo sito. I rimandi principali dei Maximo Park sono al dark e alla new wave britannici, e a delle sonorità intriganti si aggiunge la qualità di una presenza scenica davvero ottima.

Il dovere chiama, però, e allora dopo una ventina di minuti passati a condividere il sole e l’Inghilterra con il popolo pop è d’obbligo spostarsi al palco Estragon per gli spezzini Peawees, con il loro punk’n'roll energetico e pieno di divertimento. Il pubblico è sorprendentemente numeroso e molto partecipe, accompagna a parole e gesti il concerto nonostante il volume sia decisamente troppo elevato. Già ad una prima occhiata, fra l’altro, viene spontaneo chiedersi cosa succederà con i Bad Religion…Ma c’è poco tempo per le considerazioni: la performance della band di La Spezia è intensa ma breve, e così non resta che spostarsi di nuovo verso il palco principale.

L’anno scorso era stata volta degli MC5, quest’anno sono invece i Social Distortion a dare lezioni di storia e di musica, affermandosi fin dopo poche note come miglior band della giornata. Mike Ness ha un carisma che gli consente di tenere gli occhi del pubblico puntati su di sé. Molti dei presenti, probabilmente, nemmeno erano nati quando la storia dei Social Distortion ha avuto inizio, ed è proprio a questi che il frontman si rivolge, ad un certo punto, invitandoli a non commettere gli stessi errori che ha commesso lui. Certo che, detto da un uomo più che cinquantenne con tante avventure quanti sono i tatuaggi che ricoprono il suo corpo, questo monito fa un certo effetto. E il pubblico in effetti sembra gradire non poco l’unico cantante della giornata che sembra cercare di stabilire un rapporto con la gente, per quanto le parole da lui pronunciate possano sembrare figlie della retorica. E come già detto i Social Distortion stravincono la sfida strettamente musicale, avvicinati più tardi solo dai Queens Of The Stone Age. Il sole è ancora alto e Ness si lamenta che forse è un po’ troppo presto per il rock’n'roll, ma ciò in realtà non spegne la sua volce calda e passionale.

Quando Skin si presenta sul palco è subito chiaro che il suo sarà uno show sorprendentemente energico ed elettrico, ma ancora una volta, come nel caso dei Meganoidi, la svolta (in questo caso meno netta) non porta un miglioramento: l’ex cantante degli Skunk Anansie (gruppo di cui ripropone alcuni successi) brilla soprattutto nei brani più lenti, faticando invece nei movimentati pezzi iniziali, dove stona in più di un’occasione. Il pubblico ad assisterla non è molto numeroso, segno di un declino pericolosamente vicino ad una caduta libera, se si pensa al successo planetario che la cantante aveva ottenuto con la sua band madre.

E’ chiaro che il grosso della gente è venuta al festival per vedere i Queens Of The Stone Age: lo si era capito fin dal pomeriggio, facendo un minimo di attenzione all’abbigliamento della gente, e diventa palese quando lo spazio antistante il palco principale si riempie per la prima ed unica volta nel corso della giornata. Josh Homme e compagni, diventati con ‘Songs For The Deaf’ – loro malgrado – un fenomeno anche commerciale, mettono immediatamente le cose in chiaro: il loro è uno show potentissimo e assolutamente imprevedibile, lontano anni luce dalle melodie fintopop di ‘No One Knows’, peraltro riproposta in chiusura in una versione prolungata e stravolta. Ad aprire la scaletta è l’altro successo da classifica, ma dopo ‘Go With The Flow’ è un susseguirsi di invenzioni e jam stimolate da un Homme in stato di grazia. Volendo fare un parallelo con gli altri mattatori del festival, l’attitudine punk si trasferisce dai testi dei Social Distortion all’assolutà libertà e visceralità dell’approccio musicale dei Queens Of The Stone Age, che si prendono beffe di regole e limiti per imbastire uno show nel segno della psichedelia e del mai dimenticato spirito stoner. A tratti sembra davvero di essere nel deserto, e quasi ad intensificare questa sensazione il vento comincia ad alzare la terra, creando involontariamente lo scenario perfetto – per quanto fastidioso – per la musica che esce dagli amplificatori. E’ un emozionante trip musicale, in cui i pezzi in scaletta non sono che pretesti per partire in esplorazioni sonore guidate dalla chitarra di Homme e dalla batteria di uno scatenato Joey Castillo.

Non c’è nemmeno il tempo di godersi la quiete dopo la tempesta sonora che bisogna correre al palco Estragon: a chiudere la serata in quello principale ci sono i Subsonica, ma gran parte della gente si spinge in fila per andare a sentire i Bad Religion. Greg Griffin e soci, però, si presentano sul palco con quasi tre quarti d’ora di ritardo rispetto all’orario stabilito, a causa di problemi tecnici. Il loro assalto sonoro rischia di sfondare i timpani: il tendone mal resiste a volumi del genere, anche se i fan non ci fanno caso e cantano ogni pezzo in scaletta. La performance è esattamente come ci si aspettava: veloce, incisiva, ma anche ripetitiva.

E così alla fine a contendersi il gradino più alto del podio fra i concerti dell’Independent rimangono Queens Of The Stone Age e Social Distortion, in un’edizione che può considerarsi ancora una volta positiva.

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