Evolution Festival 2005: Live Report

Evolution Festival 2005: Live Report

Dark Tranquillity | Orphaned Land | Nightwish | Entombed | Sebastian Bach | Evolution Festival |

  • Data del concerto: 16 luglio 2005
  • Città: Lago di Garda - Brescia
  • Locale: Toscolano Maderno, Campo Sportivo

Una giornata di festa metallica sul Lago Di Garda non è cosa da tutti i giorni. In una giornata davvero caldissima la splendida cornice in cui è incastonato il campo sportivo di Toscolano Maderno ospita una delle kermesse più attese dell’estate concertistica. A pochi metri dal litorale si alternano alcune tra le più acclamate band del pianeta rock duro…

PANIC DHH

Ad aprire ci pensano questi ragazzi inglesi formati qualche anno fa da Robbie Furza (chitarrista di Alec Empire) con il loro metal duro e modernissimo, in bilico tra mille influenze, industrial ed elettronica. Non si può certo dire che il loro arrivo abbia raccolto urla di entusiasmo tra il non ancora numeroso pubblico presente, ma la scarsa fama della band dalle nostre parti non lasciava certo presagire nulla di meglio. Non di meno il loro compito lo svolgono con assoluta competenza e precisione, fornendo una prestazione più che valida. Aspettiamo qualche tempo per capire se il nostro paese si appassionerà ad una proposta sicuramente interessante. Per ora registriamo unicamente il loro nome tra quelli per cui ‘L’importante è partecipare’.

DARK TRANQUILLITY

Siamo alla seconda esibizione della giornata e, come annunciato da una comunicazione degli organizzatori, sono i Dark Tranquillity a salire sul palco dell’Evolution; un ulteriore impegno (la sera stessa dovranno esibirsi in Finlandia) ha richiesto un cambio nella bill, ma non nei tempi a disposizione di Stanne e soci (1 ora e 10 minuti circa). Il set della formazione scandinava, come il fondale alle loro spalle, fa capo alla loro ultima fatica, ‘Character’, album che ha riportato il six-piece di Gotheborg ad un approccio più energico e sinfonico, rispetto al periodo centrale della loro carriera. La band, guidata da uno Stanne in ottima forma, mostra subito di essere in ottima forma e di voler coinvolgere il pubblico il più possibile (forse per riparare all’inconveniente della posizione in scaletta). Aggressione e pulizia, teatralità ed impatto emergono in tutta la loro pienezza con brani quali ‘My Negation’, ‘Monocromatic Stains’ e ‘Final Resistance’, dove il singer svedese si conferma l’arma in più di questo combo, grazie al suo particolare growling ed alla capacità di renderlo espressivo in molti frangenti. I suoni, resi ottimamente e con quel tocco cupo e pastoso delle ultime release, sottolineano maggiormente la bontà delle track più recenti, quali ‘Through Smudged Lenses, grazie anche ad una formazione ormai collaudata ed in perfetta sintonia, dove le due chitarre di Sundin e Henriksson spiccano per la loro graniticità. C’è spazio (per fortuna) anche per i brani tratti dai primi album, come la passionale e violenta ‘Zodijackyl Light’ e le due gemme tratte dal secondo capolavoro ”The Gallery, ‘Lethe’ e ‘Punish My Heaven’ (ancora inspiegabilmente viene tralasciato il grandissimo full-length d’esordio ‘Skydancer’), ma per queste due l’approccio ed un certo tipo d’arrangiamento, scelti dalla band, non soddisfano molto, lasciando leggermente perplessi. Ottima prova, comunque, che mostra come i Dark Tranquillity siano, ormai, una delle band fondamentali del circuito metal attuale, sia per composizione che per performance dal vivo. Si spera, però, in un recupero di certe sonorità (e anche di brani per i live set!) del primo, incredibile periodo, per ulteriori evoluzioni e non per mancanza di idee.

VISION BLEAK

Potremmo dire che un gruppo di atmosfera come i Vision Bleak è stato oltremodo penalizzato dal suonare sotto il sole di luglio, potremmo dire che le cupe e sulfuree visioni di vampiri sono difficili da evocare di fronte a una spiaggia con i bagnanti… ma il succo è che la band ha offerto una prova mediocre, piatta e priva di interesse, dimostrandosi uno dei tanti gruppi moderni che da studio riesce a creare un suono piacevole, manipolando sapientemente la materia sonora, ma che poi alla prova del palco dimostra evidenti lacune. Stare sul palco è una capacità ma è anche un mestiere, e i ragazzotti pittati di bianco hanno decisamente ancora molto da imparare in questo senso, ad esempio decidere se giocare a fare i cattivi oppure ammiccare al pubblico; in ogni caso non riescono a coinvolgere più di tanto la gente, e il loro doom gotico scorre via per la durata dello show senza sussulti.

DARK LUNACY

Il sole è alto nel cielo di Toscolano Maderno quando, con la condizione scenicamente non proprio adatta della luce, fanno il loro ingresso in scena gli unici esponenti italiani della manifestazione, quei Dark Lunacy che molti indicano come una delle promesse della scena estrema italiana. Carichi, concentrati e con la voglia di aggredire immediatamente i presenti con il loro sound violento e dalle massicce dosi sinfoniche, il four-piece mostra di trovare subito il feeling sul palco, snocciolando, uno dopo l’altro, brani come ‘Lunacircus’, ‘The Dirge’ e ‘Lacryma’, usciti direttamente dal secondo lavoro ‘Forget-Me-Not’. Visti da molti (compreso da chi vi scrive) come un’unione del death sinfonico dei primi Dark Tranquillity e Cerimonial Oath, con la forza d’urto dei Carnal Forge più recenti, il quartetto italiano riesce a mantenere alta la tensione durante i 45 minuti circa del loro set grazie, principalmente, alla bella prova offerta dal batterista Baijkal e dalla carica del singer Mike. I brani convincono dal vivo, grazie alla perizia della band, ma anche per il buon livello di songwriting, impreziosito dagli inserti orchestrali e di tastiera. Unica perplessità, l’assenza di un vero interprete live per le suddette keyboards: uno strumento che è presente in maniera così massiccia non può essere affidato ai campionamenti. Molto convincenti, comunque.

VISION DIVINE

Terminata la performance dei Dark Lunacy è ancora tempo di metal italiano con i Vision Divine del chitarrista Olaf Thorsen, pronti a intrattenere il pubblico dell’Evolution con il loro power/progressive suadente e melodico dopo quattro spettacoli improntati su di un sound decisamente più duro. La band mostra oggi di essere particolarmente in forma, offrendo un’ora circa di spettacolo “caldo” e coinvolgente in cui ogni membro si mostra un rodato istrione della dimensione live.

Una menzione particolare va però fatta doverosamente al singer Michele Luppi (nei prossimi giorni avremo l’occasione di ascoltare il suo debutto discografico come solista), un vero intrattenitore capace di dialogare con il pubblico e divertirlo, dotato di un timbro vocale eccellente capace di rendere una forte versatilità sia nelle parti di aggressive che in quelle più melodiche. La scaletta della band è piuttosto vasta e tocca diversi punti della carriera: si va dalla catchy ‘Colours Of My World’ alla veloce e roboante ‘La Vita Fugge’, per chiudere con la celebre ‘Send Me An Angel’, celebre inno dei Vision Divine cantato da tutti i supporter assiepati nelle prime file.

Una performance che lascia il segno.

ORPHANED LAND

Prima volta in Italia per gli israeliani Orphaned Land, che portano sul palco la loro particolare miscela di metal e folk mediorientale. Non facile farsi apprezzare con una proposta del genere da un pubblico eterogeneo come quello dell’Evolution festival, ma i sette ce la mettono tutta. E se inizialmente c’è solo un piccolo nucleo di fan entusiasti che cantano i pezzi a memoria, piano piano anche il resto del pubblico viene coinvolto dalle melodie orientaleggianti, che ben si prestano a cori, a saltare e cantare tutti insieme anche se è la prima volta che si ascolta il brano. Soprattutto le parti che riprendono musiche ballabili tradizionali, come ‘Norra El Norra’, riscuotono il successo del pubblico che canta e si diverte. Vengono presentati brani da tutti e tre gli album, con l’inizio e la fine dedicate all’ultimo eccellente ‘Mabool’. I sette danno l’idea di divertirsi sul palco, e risulta molto efficace la presenza del percussionista, pure se dispiace l’assenza degli strumenti tradizionali, sostituiti da dei campionamenti, ma naturalmente non poteva essere alrimenti.

Come conclusione dello show propongono una versione metallizzata e velocizzata di ‘Nel Blu Dipinto Di Blu’, con il cantante Kobi che legge il testo e dimostra anche una discreta pronuncia italiana. Una mossa un po’ stereotipata e piaciona, ma la gente non si tira certo indietro e canta a squarciagola… anche se vanno avanti a suonarla tutta fino alla fine, evidentemente nessuno gli ha spiegato che in Italia sappiamo solo le prime strofe delle canzoni e poi basta, che si parli di volare o dell’inno nazionale, per cui c’è stato un certo calo di tensione.

LORDI

Eravamo tutti curiosi di assistere all’esibizione degli “esageratissimi” e “ignorantissimi” Lordi…L’occasione era buona per valutare se il combo finlandese è solo un grande flop che ha dalla sua esclusivamente l’impatto visuale o se invece riesce a trasmettere qualcosa anche in ambito live, la vera “prova del nove” per valutare la concretezza e l’esperienza di una band.

E neanche a dirlo, ci siamo divertiti come dei pazzi…Brutti, sporchi, artificiosi finchè vuoi, i cinque mostri del Nord ci stendono a suon di rock’n'roll grezzo e graffiante, dotato di quei refrain e di quelle aperture melodiche che ti si stampano subito in testa. Sul palco pare di scorgere un baraccone di alieni di gomma, finto, fintissimo, ma altrettanto teatrale, con il singer Lordi che si muove a fatica sotto un costume che sembra pesare una tonnellata e tira fendenti con l’ascia di plastica, mentre il bassista Kalma richiama all’ordine a suon di frustate di gommapiuma il loro tecnico del suono, un ometto che si presenta sul palco nei panni di un gobbo! Risate inevitabili!

E la musica? Tutto copiato e piene mani da Motorhead, Kiss, Gwar dell’ultimo periodo (plagiati ance a livello visivo) eppure riproposto con un’energia e un’adrenalina che lasciano tutti soddisfatti. Chi non li conosceva si mette a canticchiare subito il ritornello di ‘Rock The Hell Outta You’, ‘My Heaven Is Your Hell’, ‘The Devil Is A Loser’ e poi non resiste e si scatena in un boogie indiavolato sulle note di ‘Would You Love A Monsterman’, dove è veramente impossibile rimanere fermi.

E i Lordi ne escono vincitori.

ENTOMBED

Petrov è completamente sbronzo, la band suona con l’attitudine maleducata più tipica di una band punk/hardcore che dello swedish death… e il pubblico, a parte i fedelissimi, si fa bellamente i fatti propri. Vista così, sembrerebbe la cronaca di un disastro totale, ed invece c’è stata occasione di divertirsi non poco. Certo, forse avremmo preferito che Lars si ricordasse i testi e la scaletta, e forse un suono un po’ più pieno avrebbe giovato a brani come ‘Hollowman’ e ‘Sinners Bleed’. Forse. Ma trovarsi davanti ad uno show tanto sguaiato ha creato quella atmosfera da club che rende trascinanti song grezze e minimali come ‘Seeing Red’ e ‘The Fix Is in’. Fortunatamente il resto della band non si scompone di fronte ai siparietti messi in atto dal singer, ed anzi partecipa al divertimento generale senza compromettere più di tanto l’esecuzione. Meglio così, visto che ‘Chief Rebel Angel’, ‘Crawl’ e ‘Out Of Hand’ meritano sicuramente di essere ascoltate nel migliore dei modi. D’altronde, per dirla con le parole di Lars:"Noi siamo qui! Voi siete qui! Ci stiamo divertendo, giusto! Fanculo tutto il resto!"

SEBASTIAN BACH

E’ un Sebastian Bach rinato quello che abbiamo occasione di vedere oggi all’Evolution Festival. E’ un Sebastian Bach tornato sulle scene in forma smagliante, che sembra aver capito che all’alba del 2005 sono ancora le vecchie glorie a tirare avanti tutta la baracca.

E Mr.Bach sale sul palco con un guizzo felino, si capisce fin dalle prime note che la sua voce stasera è in stato di grazia. Visibilmente dimagrito, saltellante come il David Lee Roth di vent’anni fa, riunisce a sé una formazione di “All-Stars” (citiamo Metal Mike alla chitarra, Steve Di Giorgio al basso e e l’ex-Riot Bobby Jarzombeck alla batteria ) per dare nuovamente lustro a tutti i classici dei mai dimenticati Skid Row. La scaletta si appoggia, ovviamente, in gran parte sul repertorio della band americana, con una sequenza da far commuovere qualsiasi nostalgico: ‘Here i Am’, ‘Frozen’, ‘Slave To The Grind’, ‘Wasted Time’ e le hit ’18 And Life’ e ‘Monkey Business’ tra le altre. Tutto mentre Sebastian continua il suo show da marpione, sfoggiando anche un incerto ma coraggioso italiano per ringraziare il pubblico e presentare i brani. Perfetto, con solo qualche inevitabile calo durante la presentazione dei pezzi che Bach ha composti fuori dagli Skid Row (tra cui uno nuovo).

NIGHTWISH

Siamo giunti all’epilogo, al pezzo forte di questa prima edizione dell’Evolution Festival. La sera è calata da molto, creando uno scenario perfetto per luci, scenografia ma, principalmente, per la musica dei Nightwish, uno dei veri fenomeni di popolarità degli ultimi anni (nonostante le ultime due release, in primis ‘Century Child’, non proprio esaltanti) grazie alla miscela di speed metal sinfonico e della voce operistica del contralto Tarja Turunen, che ne fanno un gruppo particolarissimo nel panorama metal mondiale. Attesa vibrante, resa quasi insopportabile da più di 30 minuti di ritardo sul programma, a causa di non meglio identificati problemi tecnici che hanno dato del filo da torcere alla crew dei 5 finnici, che si scioglie ed esplode quando i Nightwish attaccano con ‘Dark Chest Of Wonders’; la band è in forma e si sente, sia per la perizia esecutiva, sia per l’energia che riesce a sprigionare con i riff speed-power di Emppu Vuorinen, uniti agli inserti sinfonici ed alle ‘trionfali’ tastiere di Tuomas Holopainen. Ma è Tarja ad essere al centro dei brani e dell’attenzione del pubblico, con la sua voce calda, corposa e potente, che sprigiona, con un’incredibile prova esecutiva, tutto il pathos ‘The Kinslayer’, ‘Planet Hell’ e ‘Wishmaster’. Se le ultime due prove peccano di scarsa potenza in favore di una cerca forzata ricerca dell’easy-listening, di certo il five-piece in sede live non soffre di questa ‘sindrome’: al contrario, brani come ‘Nemo’, il singolo dell’ultima uscita ‘Once’, risulta di gran lunga più coinvolgente ascoltata dal vivo, come anche gli altri brani dell’ultimo periodo. Le sorprese, però, non si limitano a questa ‘doppia anima’ del repertorio dei cinque scandinavi: il bassista, Marco Hietala, mostra, almeno nei primi brani dello show, buone doti di screamer nelle parti più acute anche se, purtroppo, calerà drasticamente sulla lunga distanza. Questa flessione, sfortunatamente, fa tra le sue vittime l’altra ‘sorpresa’ della serata, vale a dire la cover dei Pink Floyd ‘High Hopes’, singolo di ‘The Division Bell’. L’idea di coverizzare un brano così ‘inquietante’ e non tra i classici di Gilmour e compagni, è sicuramente ottima, come anche l’esecuzione strumentale: peccato che Hietala incappi nel suo primo flop vocale della serata. Per il resto, però (a parte l’inspiegabile ostinazione della band nel bandire dalla propria track-list ogni brano del capolavoro ‘Oceanborn’ – perché farsi del male?-), grandissimo spettacolo, reso possibile dal coinvolgimento corale della band nella presenza scenica e dal doppio colpo finale portato con ‘Over The Hills And Far Away’, cover di Gary Moore e ‘Wish I Had An Angel’. L’Evolution Festival chiude i battenti della sua prima edizione con bilancio, livello artistico, organizzazione ed affluenza di pubblico, sicuramente positivo. La speranza è che la sua diventi una presenza fissa nel calendario dei festival metal nazionali, e non solo un piacevole episodio di una sola Estate.

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